L’Egitto ora è un sistema aperto
Potremmo essere più consapevoli di che razza di pericoli sta correndo l’Egitto post rivoluzionario, alle prese con l’ennesimo round di elezioni, questa volta per scegliere il nuovo presidente al posto di Mubarak? No. La deriva islamista. I difensori dell’ancien régime che tornano più forti che mai, anzi, non se ne erano mai andati. I militari che stanno gestendo la transizione come potrebbe fare una cosca mafiosa, con lo sguardo rivolto soltanto alla salvaguardia dei propri interessi (coperti dal segreto di stato, hanno in mano un terzo, almeno, dell’economia).
6 AGO 20

Potremmo essere più consapevoli di che razza di pericoli sta correndo l’Egitto post rivoluzionario, alle prese con l’ennesimo round di elezioni, questa volta per scegliere il nuovo presidente al posto di Mubarak? No. La deriva islamista. I difensori dell’ancien régime che tornano più forti che mai, anzi, non se ne erano mai andati. I militari che stanno gestendo la transizione come potrebbe fare una cosca mafiosa, con lo sguardo rivolto soltanto alla salvaguardia dei propri interessi (coperti dal segreto di stato, hanno in mano un terzo, almeno, dell’economia).
Un paese arabo da ottanta milioni di persone che si sta avvitando in una crisi economica e che è lanciato in direzione ignota. Eppure, non si può non vedere che le elezioni hanno fatto dell’Egitto un sistema aperto: a meno di colpi di stato, gli egiziani potranno sbarazzarsi fra appena quattro anni dello stesso presidente che votano oggi e domani, e non morendo in piazza fra trenta. Per un paese arabo, è una novità colossale, un salto storico. La classe politica è esposta al giudizio degli elettori, ha una data di scadenza e ha l’obbligo di autocorreggersi se imbocca la strada sbagliata. E c’è da sperare che gli egiziani ora vorranno subito sapere dalla classe dirigente come far tornare i turisti e gli investitori stranieri, piuttosto che come riaprire le ostilità con Israele.